LE ORIGINI

L’Accademia Filelfica viene istituita nel 1825 con lo scopo di promuovere lo studio delle lettere, delle arti e delle scienze. Fu il compendio di un serio movimento letterario che dal 1692 in poi era andato lentamente scadendo. Nel 1844 annoverava tra i suoi soci Monaldo Leopardi, padre di Giacomo; il filologo e lessicografo Niccolò Tommaseo, autore del fondamentale Dizionario della Lingua italiana; lo scrittore Pietro Giordani, amico e corrispondente di Giacomo Leopardi; i musicisti Nicola Vaccai, Giuseppe Persiani, Livio Liviabella, Giuseppe Zonghi; l’architetto Giovan Battista Carducci, autore della ristrutturazione della Basilica di S. Nicola;  cultori di arte e di storia come Severino Servanzi Collio e Zeffirino Re, e numerosi e illustri studiosi italiani, membri di altre Accademie di rinomanza nazionale. Era presente una sola donna, la poetessa fiorentina Amelia Sarteschi Calani. I soci si riunivano in alcune periodi dell’anno nel palazzo comunale dove, nelle “tornate accademiche”, facevano conoscere i loro componimenti letterari o i risultati delle loro ricerche scientifiche. L’Associazione, venuta meno alla fine del secolo, tornò a riprender vita nel 1947 con la grande “Mostra cittadina d’arte antica e moderna” nella quale furono esposte opere anche di eccezionale importanza, conservate allora presso molte famiglie tolentinati.

LA STORIA RECENTE

Fin dagli anni ‘60 si è dedicata alla promozione di iniziative culturali rivolte a gran parte della popolazione cittadina quali l’istituzione delle stagioni teatrale, musicale e cinematografica. Ha collaborato in vari modi al restauro del Teatro Vaccai ed ha organizzato mostre per la valorizzazione dell’artigianato locale e numerose personali di artisti e, fin dalla istituzione, ha collaborato alla preparazione delle varie edizioni delle Biennali dell’Umorismo nell’Arte. Ha istituito l’Orchestra Filarmonica Marchigiana che ha seguito fin quando non ha conseguito piena autonomia.  

CONVEGNI E MOSTRE

Ha collaborato anche con le varie Amministrazioni alla organizzazione di molte attività culturali cittadine come i convegni su “Tolentino nel tardo Cinquecento”, su “Francesco Filelfo e l’Umanesimo”, e su “Tolentino nel ‘400” e le mostre “1992-1994: Due anni di scoperte e restauri”;  “Manifesti, avvisi e stampe negli anni del Trattato di Tolentino” (1996); “Tolentino e le Marche. Dalla Pace del 1797 alla Battaglia del 1815” (1998); “Francesco Filelfo e l’Umanesimo” (1998).

L’EDITORIA

Relativamente alle iniziative editoriali, ha curato numerose pubblicazioni tra le quali vale la pena di ricordare “Tolentino. Guida all’arte e alla storia” e i “Quaderni del Bicentenario” giunti al quarto numero. L’Accademia Filelfica pubblica in proprio “QRS. Quaderni di Ricerca Storica”, rivista di letteratura, arte e storia.

LE FINALITA’

L’Accademia Filefica di Scienze Lettere ed Arti “si propone di favorire la formazione e lo sviluppo culturale dei propri soci promovendo studi e ricerche su Tolentino ed il suo territorio” (art. 3 dello Statuto). Ad essa sono ammessi quanti, tolentinati o no, hanno interesse per lo studio e per la conservazione del patrimonio storico-artistico della città indipendentemente dal titolo di studio o dall’età. Per i soci organizza visite guidate a città italiane di particolare importanza storica e artistica, incontri di studio e ogni altra attività adeguatamente programmata su proposta dei soci stessi.

STORIA ED ARTE NEWS

Marchisiano, un pittore tolentinate del sec. XVI

Le sventure di Marchisiano di Giorgio - e le prime notizie della sua vita - ebbero inizio nel mese di dicembre 1498 quando lungo una strada percosse sul capo con un bastone Clara, moglie di un altro Giorgio albanese. A causa del colpo inferto alla testa, Clara morì ma smise di fare opera di convincimento nei confronti della moglie del pittore perché si concedesse ad un altro uomo. Marchisiano fuggì dal territorio di Tolentino e fu condannato alla pena di morte. Circa un anno dopo il fatto, nel gennaio 1500, Marchisiano fece pervenire all’Autorità locale una supplica con la quale chiedeva il permesso di poter circolare liberamente nel territorio tolentinate; a garanzia presentava una raccomandazione del Priore del Convento di San Nicola. La richiesta venne accolta favorevolmente dal Consiglio generale poiché, evidentemente, le autorità locali scorsero nel comportamento di Marchisiano valide attenuanti.
A conferma di ciò va il conferimento, da parte della Confraternita di san Catervo, della frescatura della Cappella del Santo, da poco costruita, che, se effettivamente eseguita, risulterebbe essere la sua opera giovanile più importante. Nella lunetta di fondo compaiono la Madonna in trono con il bambino affiancata da san Catervo e da san Sebastiano. In quella di destra, una complessa e movimentata Crocifissione, mentre in quella di sinistra la Natività. Sulle vele della volta, i quattro Evangelisti e otto Sibille. Attribuita da autorevoli storici dell’arte, per esclusione ma anche per alcune analogie stilistiche, a Francesco da Tolentino, solo molto recentemente sembra aver trovato la sua corretta paternità. Questo lavoro caratterizza la complessa personalità del pittore tolentinate ed il suo eclettismo poiché qui egli dà palese prova di conoscere i modi di dipingere del Pinturicchio, del Perugino e della scuola umbra in genere, presso la quale, forse, si era formato.
Nel luglio del 1507 un breve di papa Giulio II lo assolse dal suo delitto e lo riabilitò pienamente anche se venne sottoposto, nel rispetto dalle leggi tolentinati, ad una consistente sanzione pecuniaria. Fa meraviglia come un personaggio di modesta estrazione sociale riuscisse ad interessare del suo caso un pontefice; forse però era particolarmente stimato come artista - anche per merito della decorazione della Cappella - a tal punto da avere autorevoli protettori in buoni rapporti con la corte pontificia.
Il terzo decennio del ‘500 vede il pittore impegnato in lavori di modesta importanza commissionati dalla Comunità che non rendono giustizia ad un artista che dieci anni prima aveva dipinto la Cappella di San Catervo e la grande pala d’altare per la chiesa di San Nicola a Tolentino.
Di notevole interesse è anche quest’ultima opera iniziata nel 1518. L’incarico fu preceduto da un giudizio di perizia al quale si sottoposero Marchisiano ed un altro pittore tolentinate, Piero di Francesco, che dipinsero alcuni quadri con soggetti identici e che furono giudicati, per comparazione, a Foligno da pittori locali di una certa rinomanza come Lattanzio di Nicolò e Feliziano da Foligno.
Nel lavoro della pala tolentinate Marchisiano si avvalse della collaborazione di un altro pittore tolentinate, Catervo di Piermarino, noto tra l’altro per la frescatura di una cappella in San Francesco. La tavola aveva come soggetto principale San Nicola; nella predella, invece, erano raffigurate scene della vita del Santo. Al di sopra della tavola principale, una lunetta raffigurava la Deposizione affiancata dall’Annunciazione; in alto, a coronamento dell’opera, l’immagine di Dio Padre. Il tutto era inserito in una elaborata cornice di legno dorato. La lunetta e la tavola con l’Eterno, smembrate, sono conservate nel Museo dell’Opera del Santuario.
Pittore ormai affermato, nel secondo decennio del sec. XVI ebbe per alcuni anni come allievo Giovanni Andrea de Magistris, uno degli esponenti di rilievo della scuola pittorica di Caldarola.
Molte altre sue opere si possono individuare nelle Marche e nell’Umbria.
Le numerosissime notizie raccolte su di lui giungono fino al 1535. Lasciò almeno un figlio, Plinio, anche lui pittore che, tuttavia, non sembra aver avuto la stessa fortuna e notorietà del padre nonostante avesse lavorato alla decorazione della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Tolentino e, forse, collaborato con Egnazio Danti, autore della “Cosmographia Vaticana”.

(a cura di Giorgio Semmoloni)

I soffitti a lacunari nelle chiese tolentinati

Nella città di Tolentino diverse sono le chiese, esistenti o scomparse, decorate con elaborati soffitti lignei.
Nella chiesa di Santa Maria delle Grazie originariamente i lacunari erano cinquanta. Il ridimensionamento della chiesa avvenuto nel sec. XIX ridusse tale numero a trenta. I cassettoni superstiti hanno al centro un rosone da cui pende una “coda di lumaca”; nei quattro angoli risaltano quattro rosoncini, e sono delimitati da piatte cornici a tortiglione. In due lacunari compaiono gli stemmi policromi di Girolamo Vitale de’ Buoi, vescovo di Camerino alla cui Diocesi apparteneva anche Tolentino, e del cardinal di Montalto, colui che con il nome di Sisto V elevò nel 1586 Tolentino al rango di città e di diocesi, unendola a quella di Macerata. Sono scomparse tutte le altre originarie tavole intagliate.
Notevole è la somiglianza del manufatto con quello della chiesa detta della Carità, in origine di San Giacomo. Tale similitudine fa pensare con ragionevole certezza alle medesime maestranze che, per certo, sappiamo essere - per la chiesa di Santa Maria delle Grazie - Giacomo Antonio Lattanzio e soci che operarono nel 1584. Giacomo Antonio Lattanzio, per altro, aveva fatto parte, nel 1574, insieme con il maestro Nicola Capre e con Nicola Guerrieri, delle maestranze che costruirono il soffitto della chiesa di San Girolamo - ora scomparsa - che sorgeva presso la piazza maggiore, sull’area del palazzo Porcelli Tassoni. Di quest’ultimo lavoro si possiede un dettagliato contratto d’appalto che descrive effettivamente un soffitto molto simile agli altri due citati composto da quarantacinque quadri.
Giacomo Antonio di Lattanzio di Bonuccio era un personaggio stimato come artigiano e come uomo tanto da essere incaricato dalle autorità cittadine di effettuare, nell’anno 1567, l’apertura del sarcofago contenente le spoglie di san Catervo, insieme con Pietro Paolo Pettoni.
Lo splendido soffitto della Basilica di San Nicola, con statue in bassorilievo ed alcune a tuttotondo, fu voluto dal vescovo di Teramo, Giambattista Visconti, che vi spese l’enorme somma di 40.000 scudi. Si suppone che autori fossero Filippo da Firenze e suo figlio Piero che vi lavorarono, a quanto sembra, tra il 1605 ed il 1628.
In qualche modo vicino a quest’ultimo è il soffitto dello scomparso Monastero di Sant’Agnese di cui, tuttavia, si possiede a malapena una parziale immagine fotografica risalente alla fine del sec. XIX.

(a cura di Giorgio Semmoloni)

informazioni: 0733.960700 - accademia_filelfica@virgilio.it